Amore per…


Questo articolo parla dell’amore e della passione.
L’amore e la passione sono strettamente collegati a quella voce che risiede dentro ognuno di noi, che ci sussurra di trovare il nostro scopo, che ci indirizza in qualche modo verso la nostra chiamata di auto-realizzazione.

E’ quel qualcosa che ci spinge a vivere la nostra vita quotidiana con entusiasmo, che ci fa navigare attraverso ogni difficoltà, che ci motiva a pensare, a immaginare, a fare, a creare, permettendoci di entrare in quello spazio in cui possiamo condividere chi siamo e ciò che abbiamo. Quando ci muoviamo da quello spazio qualsiasi evento acquista ai nostri occhi un valore inestimabile e riusciamo a sentirci incredibilmente “vivi”.

Riflessioni sul Metodo di Coaching HPM, dal testo Psicologia della libertà” Copyright Edizioni Mediterranee e Dott. Daniele Trevisani

L’amore e la passione
sono i motori più forti della vita.

Quando sei giù, se guardi bene, c’è qualcosa che ha a che fare con una perdita di passione.
La passione può toccare qualsiasi cosa: una persona, un ideale, un progetto, persino un oggetto, come una moto, o un fatto, o un’attività come il dipingere o suonare o fare sport. Quando qualcosa ti appassiona veramente, senti di essere vivo e nulla pare remare contro. Anche le performance più profonde e i progetti richiedono amore e passione.

Per amore si intende un sentimento forte e universale di unione, che può toccare il vissuto sentimentale di un uomo o di una donna, ma anche il rapporto genitore e figlio, amicizie fortissime, e persino un ideale, un oggetto o una produzione, o la natura. Esempio: l’amore per un paesaggio e l’estasi che produce. Il senso di connessione profonda che riesci a provare ti fa vedere la vita in chiave positiva. Questo è il sentimento di essere parte di qualcosa di più grande e di più importante della tua persona. Qualsiasi forma di intelligenza, prima o poi, per essere viva, deve sviluppare la capacità di provare sentimenti.

Amore per...


Esiste una sterminata e interessantissima letteratura su ogni tipo di sfera inerente la psicologia dell’amore: ad esempio, cosa significa per una persona il primo amore e quando avviene nel tempo e in diverse culture. [1]

L’approccio allo studio dell’amore avviene in numerose discipline: si studia l’amore come fenomeno in psicologia, sociologia, antropologia, zoologia, religione, letteratura. Nelle scienze della comunicazione viene studiato il linguaggio dell’amore o la comunicazione seduttiva. In chimica, biologia, in campo medico e neurologico, l’amore viene addirittura analizzato per scoprire i meccanismi biochimici ed elettrici che avvengono nel “cervello che ama”.

In sede di Coaching analitico non sono tanto i meccanismi chimici a interessare l’impostazione del lavoro, quanto i meccanismi affettivi, il loro risveglio, la loro canalizzazione verso obiettivi importanti. Obiettivi che accendono la passione delle persone e le riempiono la vita.
Se non si ama ciò che si fa, le performance non accadono, o se avvengono, non sono atti di espressione, ma costrizioni, risultati destinati a durare poco.

Individuare concetti da amare, risultati da ottenere, localizzarli bene, significa iniziare a dare forma a vaghe rappresentazioni mentali.
Localizzare per cosa vivere è uno dei lavori di coaching e di formazione più importanti: far scoprire concetti, amarli e farli scoprire agli altri.

Questo può significare fare scouting (scovare nuovi orizzonti per il e con il soggetto, accompagnarlo in questa delicata operazione), ma anche fare archeologia umanistica, andare a trovare ciò che la persona era, riscoprire passioni, ambizioni, aspirazioni, amori per… progetti abbandonati, sogni giovanili o di altri stadi di vita, qualcosa che è stato sepolto dal self-silencing (il meccanismo, che si estende a ogni ambito della vita dell’individuo, di auto-silenziamento dei propri bisogni profondi e delle proprie aspirazioni.

Questi dati a volte confusi sono localizzati nel passato del soggetto, e questo è un altro forte motivo per non fuggire all’analisi del passato in operazioni di coaching analitico.
Uno dei meccanismi più forti notati nella psicologia dell’amore è proprio il self-silencing, mettere il silenziatore alle proprie passioni. E’ un fenomeno esaminato nel campo delle relazioni amorose romantiche, ma la sua validità, come variabile da analizzare, si estende in ogni ambito umano, soprattutto alle ambizioni personali che la persona ha “silenziato”.

Nell’HPM [1] si pratica una tecnica specifica denominata Scouting affettivo, per indicare l’attività di scavo alla ricerca di quel “fuoco” che alimenta le passioni di un individuo.
Quali sono ora? Quali erano in passato? Quanto sono sopite o attive? Quanto la persona è “spenta” o “accesa”, morta o attiva, sul piano delle passioni? A quante passioni, idee e aspirazioni è stato messo il silenziatore, e cosa ne è rimasto? E, soprattutto, cosa può produrre passione per il futuro?

Il senso di un coaching è produrre e alimentare amore verso… amore per… amore per se stessi, per un’azione terapeutica di autostima, amore verso una causa, amore verso un progetto.

[1] Vedi Diederik F. Janssen, “First Love: A Case Study in Quantitative Appropriation of Social Concepts”, in Qualitative Report, v. 13, n. 2, June 2008, p. 178-203.

[2] Il Metodo HPM™ (Human Performance & Potential Modeling) – vedi “Il Potenziale Umano: Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” del Dott. Daniele Trevisani – Ed. FrancoAngeli.

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Progetto a cura di:

Cristina Turconi
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Ricerca dei drivers motivazionali

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Il tema esistenziale (meaninglessness vs. ricerca dei significati) è centrale non solo per il fronte psicoenergetico, ma anche per la costruzione di una Vision e di una progettualità. 

Perché questo? Perché la mancanza di un senso può produrre effetti devastanti, dalla carenza di scopi personali al senso di inutilità dell’agire, sino a bloccare la ricerca di nuovi orizzonti esterni (ricerca esteriore) o interni (ricerca interiore). La mancanza di senso produce il limitarsi delle energie mentali alla pura sopravvivenza, e spesso nemmeno a quella.

Kinnier e altri autori individuano dieci credenze dominanti che fungono da ancoraggi o interpretazioni della vita[1]:

1. La vita è gioire della vita e vivere l’esperienza della vita 
2. la vita è amare, aiutare, servire gli altri
3. La vita è un mistero
4. La vita è senza significato
5. La vita è servire Dio e prepararsi all’aldilà
6. La vita è fatica
7. La vita è contribuire a qualcosa più grande di noi stessi
8. La vita è auto-realizzarsi
9. Ognuno deve creare da solo un senso personale della vita
10. La vita è assurda o è uno scherzo.

Ricerca dei drivers motivazionali

Ciascuno di questi driver (motori profondi) interagisce con la cultura individuale e con la propria personalità. 

In un soggetto possono scatenare una forte produzione psicoenergetica alcuni di questi (es.: 1, 2, 7, 8) mentre altri sono in grado di distruggere o minare la sua voglia di vivere (10, 6, 4), e per ciascuno esistono sfumature diverse. Naturalmente, ogni analisi vale nel tempo in cui è svolta, e il quadro può cambiare, anzi, deve cambiare in seguito ad un buon coaching o ad una formazione di qualità, in cui la revisione di priorità è risultato positivo e ricercato. Purtroppo, sul piano della relazione con se stessi, non conoscere quali sono i driver che ci attivano, è una lacuna gigantesca. 

Ogni coach professionale deve localizzare quali sono i driver del cliente o del team in grado di accrescerne le energie mentali, e riuscire inoltre nell’operazione difficoltosa di inserire nuovi driver all’interno dei costrutti mentali già esistenti. 
Questa operazione di arricchimento delle fonti di energia psicologica e motivazionale è di straordinario interesse e notevole complessità tecnica. 
Operazioni di arricchimento sono possibili su più piani. 

Es.: Per un atleta… tu non gareggi più solo per i soldi che guadagni ma anche per… un contributo ad una causa, per scoprire i tuoi limiti, per dimostrare chi sei, per riscattarti da quello che eri…

Per un praticante di fitness… tu non ti alleni più per dimagrire, il grasso e la pancia sono i falsi nemici, il tuo nemico vero è la noia, l’apatia, la tristezza, la vita dimezzata di uno che vive in catalessi nella pigrizia…

Per un operatore sociale… tu non stai accudendo un anziano, stai dando un senso alla tua esistenza…

Per un agonista…voglio che quando esci dal campo tu sia orgoglioso di come hai giocato, non dei punti che hai fatto…

Per un manager… voglio che, quando qualcuno ti chiede cosa hai fatto quest’anno nella tua zona, tu possa dire “ho costruito una buona squadra, ne sono orgoglioso”…

Per un ricercatore… tu scrivi, ma ricordati… non stai facendo una pubblicazione, a nessuno frega niente della tua pubblicazione, se non stai facendo qualcosa che serve veramente agli altri più che a te, stai sprecando tempo… se non è qualcosa di cui essere orgoglioso fai a meno… allora, cosa vuoi fare…?


[1] Kinnier, Richard T., Kernes, Jerry L., Tribbensee, N., Van Puymbroeck, Ch. M. (2003), What Eminent People Have Said About The Meaning Of Life, Journal of Humanistic Psychology, Vol. 43, No. 1, Winter.

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Sacralità e tecnica dell’emancipazione: togliere i sassi dallo zaino

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Esiste un momento sacro nella vita, in cui una persona decide se vuole o meno correre, o stare sul divano, o magari alternare le due cose, e se corre, vuole imparare ad accorgersi se ha o meno uno zaino sulle spalle, decide di guardarvi dentro. Può fare male, ma è un dolore che produce crescita.

Chi lo fa, si impegna per individuare i sassi e zavorre e distinguerli dalle cose buone, e lavora per iniziare a buttare fuori sassolini e macigni, liberarsi dalle zavorre, alleggerirsi, e correre più libero. 
Questo momento è sacro, ma ad oggi nessuna istituzione lo promuove, anzi, è decisamente temuto. I liberi pensatori hanno sempre fatto paura.
Le performance sono forme di pensiero pratico e voglia di vivere in azione.

Esiste una vera sacralità dell’esistenza,
come recita un capo Indiano:
Nascere uomo su questa terra è un incarico sacro.
Abbiamo una responsabilità sacra,
dovuta a questo dono eccezionale che ci è stato fatto,
ben al di sopra del dono meraviglioso
che è la vita delle piante, dei pesci, dei boschi, 
degli uccelli e di tutte le creature che vivono sulla terra…

(Shenandoah Onondag)[1]

Ognuno di noi ha ricevuto un’eredità mentale e genetica da chi lo ha preceduto, un patrimonio di risorse, per alcuni ricco e pieno di frutti, per altri disastrato e pieno di debiti non pagati, con la quale fare i conti. Di questo non abbiamo né colpe né meriti, è il nostro punto di partenza.

Da questo punto in avanti, tuttavia, si avvia la responsabilità della persona nel compiere suoi progressi, tentativi anche piccoli, una responsabilità potente e individuale del volere realizzare se stessi, provare a farlo, o progredire per quanto sia possibile, senza accettare la stasi o la passività (passività da non confondere invece con capacità di rilassamento, un tratto invece positivo). 

E quando parliamo di potenziale umano o espressività, non esiste punto di arrivo o traguardo finale. Si tratta di un atteggiamento costante di amore per la vita e per la ricerca. La scienza è un’amica importante, perché dimostra che esistono possibilità enormi di emancipazione umana e crescita del potenziale personale. Una grande quantità di studi provano che è possibile mettere mano attivamente alla propria espressività e alle abilità, sia generali che specifiche. Ma per farlo occorre volontà e lavoro allenante. 

Sacralità e tecnica dell’emancipazione: togliere i sassi dallo zaino

Lo studio autonomo o di gruppo, la crescita voluta, le esperienze, ma anche il lavoro allenante, formativo, di coaching, di counseling, di training, sono forme per alimentare le nostre ali per volare. Amplificare il potenziale umano significa dare ali a chi non le ha, e aiutare le persone che già volano a volare ancora più in alto.
Con le tecniche giuste, anche persone con handicap hanno potuto amplificare la propria espressività, nel caso specifico l’espressività comunicativa, grazie al ricorso a training particolari basati su tecniche efficaci. 

Ad esempio, se parliamo di comunicazione verbale, il prosodic modeling[3] – tecnica che allena la persona a gestire meglio il parlato, il ritmo e intonazione, la buona scansione delle sillabe – migliora la capacità di esprimersi bene, di generare frasi compiute e comprensibili, e ha prodotto effetti scientificamente dimostrati. Il miglioramento è un fatto concreto e possibile. 

Ed ancora, è scientificamente dimostrato che le tecniche teatrali nelle loro varie forme (incluso il role-playing, lo psicodrammale simulazioni) possono essere usate con successo nella formazione in azienda, e anche per aumentare l’espressività di ragazzi con problemi, con risultati tangibili, reali, forti. 

Gli studi dimostrano efficacia su variabili determinanti dell’espressività, quali listening skills (capacità di ascolto), eye contact(gestione del contatto visivo), body awareness (consapevolezza corporea), coordinamento fisico, espressività facciale e verbale, focalizzazione e concentrazione, flessibilità mentale e problem solving skills, capacità di interazione sociale, ma anche tratti psicologici quali la self esteem (autostima)[3].
Sono ambiti localizzati, dettagli di un puzzle di crescita, ma sono avanzamenti possibili e mostrano una via, una possibilità reale.

Questo per noi significa tanto: le persone possono andare oltre la posizione di partenza ereditata e oltre lo stato in cui si trovano, qualsiasi esso sia:
(1) problematico o patologico,
(2) normale o mediano,
(3) eccellente o agonistico.

Sicuramente chi si impegna in programmi di sviluppo, su qualsiasi stadio di partenza, sta facendo uno sforzo intenzionale per andare oltre l’eredità ricevuta, e ha un merito. Lo ha anche chi li supporta, i coach, trainer o terapeuti che vi si impegnano. Lo hanno anche i leader se e quando nelle imprese fanno crescere le persone. I leader sono coloro che sviluppano le persone e non solo risultati. Espressività è liberazione di sé, energia, possibilità di emancipazione, dare aiuto e contributi agli altri e ai loro sogni, così come ai nostri. 

Le performance e l’apprendimento sono atti di espressività che non arrivano ad un punto per poi fermarsi, sono piuttosto momenti di azione, seguiti da altri di riflessione, ricarica, e poi ancora ricerca di altre zone di espressività e altre crescite, altri progetti positivi, e ancora riposo, contributi, espressione, in un susseguirsi di “respiro vitale”, un battito di vita profondo e potente.

Ci si può esprimere in una poesia, in una corsa, in un progetto aziendale. Ci si può esprimere aiutando il prossimo, nel volontariato, o in una ricerca spirituale.Ci si può esprimere nel raccontare con vividezza un racconto o una favola ad un bambino. Non è necessario far soldi o vincere le olimpiadi per esprimersi.
Ci si può esprimere nelle professioni, nel lavoro, nell’impresa, ma diventare ricchi non è sempre sintomo di successo vero, anzi, persone che hanno raggiunto obiettivi spirituali, come Gesù, San Francesco, i monaci buddisti, e altri illuminati, hanno deciso che il loro metro di misura fosse altro

È questa la vera emancipazione: decidere quale sia il nostro metro di misura senza ingoiarlo a forza da altri, non assorbirlo passivamente e impregnarsi da quanto certa società vorrebbe a forza, il consumismo, l’esaspe­razione, il comportamento “produci-consuma-muori”.

Ma, quello che conta ai fini formativi, è che – qualsiasi sia il target o l’obiettivo – l’espressività sia percepita come fattore altamente “lavorabile”, così come lo è, più in generale, ogni ambito della crescita e del potenziale umano.


[1] Audrey Shenandoah (1995), Nascere uomo, in Il Grande Spirito parla al nostro cuore, Red Edizioni, Milano.

[2] Young, Arlene R.  et al. (1996), Effects of Prosodic Modeling and Repeated Reading on Poor Readers’ Fluency and Comprehension, Applied Psycholinguistics, v. 17, n. 1, pp. 59-84, Mar.

[3] Bailey, S.D. (1993), Wings To Fly: Bringing Theatre Arts to Students with Special Needs, Woodbine House, Rockville.


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Potenziare la corteccia prefrontale sinistra

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Le neuroscienze insegnano che il cervello risponde agli stimoli con meccanismi molto simili a quelli dei muscoli: le aree usate frequentemente lavorano, si rafforzano, si “irrobustiscono”, si potenziano; le aree inutilizzate diminuiscono di tono e volume sino a divenire quasi inesistenti (chi ha avuto lunghe ingessature si è potuto rendere conto direttamente di quanto il non-utilizzo produca riduzione del volume della zona ingessata). 

Lo stesso meccanismo accade nella mente.
Una sequenza di momenti positivi e sensation windows positive (SW) allena e tiene attiva la corteccia prefrontale sinistra, la cui attività si correla a emozioni positive (gioia, capacità di cogliere le positività, sensazioni, energia, coscienza)[1].
Al contrario, una sequenza di SW negative allena la corteccia prefrontale destra, maggiormente specializzata nel cogliere emozioni negative. Addirittura, i neuro-scienziati hanno dimostrato un effetto sull’induzione di percezione e ricordo positivo, tramite stimolazioni magnetiche dirette (repetitive transcranial magnetic stimulation) della zona orbitofrontale sinistra[2].


Potenziare la corteccia prefrontale sinistra
Photo Credit: Romina WeermeiJer – Unsplash

In termini di coaching formativo, non volendo confondere i ruoli (le  stimolazioni tramite attrezzature biomedicali sono sfera medica), preferiamo indurre una uguale e maggiore capacità (persino più duratura) tramite apprendimento esperienziale, per vivere i goal e obiettivi positivi, generando stimoli allenanti ed esistenziali adeguati. Questi effetti non sono banali.

Va da se che se alleniamo molto un braccio e l’altro no, avremmo degli scompensi. Così come se avessimo una gamba potente e muscolosa e un’al­tra de­bole e avvizzita, la nostra camminata sarebbe zoppicante, e l’equilibrio dell’or­ganismo si farebbe deficitario. Ogni disequilibrio fisico porta a ripercussioni negative su tutto l’apparato scheletrico e muscolare, ed ogni disequilibrio mentale a malfunzionamento del pensiero, malessere e sofferenza psichica. 

Il funzionamento ottimale dipende perciò anche dalla capacità di creare equilibri e simmetrie, e un potenziamento “stupido”, che non tenga conto degli equilibri, ma cerchi solo “potenza”, è dannoso, distruttivo.

Lo stesso accade nella mente. Dobbiamo imparare ad allenare e stimolare la corteccia prefrontale sinistra e in generale a vivere le emozioni positive non solo in seguito ad eventi enormi (lotterie, vincite) ma anche e soprattutto in attività che altrimenti non coglieremmo. Dobbiamo programmare spazi e tempi in cui farlo. È questione di sopravvivenza. Disintossicare la mente non è quindi più solo arte ma anche scienza.

È importante quindi non solo generare spazi e tempi dedicati, ma anche cogliere sensazioni positive (sensation windows), esperienze che sfuggono anche se limitate o non eterne, e il dono che ne deriva. 

La vita ci offre continuamente doni, anche se limitati. Per dono limitato si intende la sensazione che anche un semplice gesto o atto può portare per pochi istanti, senza pretendere che esso duri per sempre. 

Ed ancora, apprendere a cogliere energie da una capsula spaziotemporale (il dono di un frame), fa parte di nuove abilità da coltivare in sé e negli altri.

[1] Vedi, tra i contributi di ricerca sul tema: Davidson, R. J. (1998), Understanding Positive and Negative Emotion, in LC/NIMH conference proceedings “Discovering Our Selves: The Science of Emotion”, May 5-6, 1998, Decade of The Brain Series, Library of Congress, Washington DC.

[2] Schutter, D. J., van Honk, J. (2006), Increased positive emotional memory after repetitive transcranial magnetic stimulation over the orbitofrontal cortex, Journal of Psychiatry and Neuroscience, Mar. 31 (2), pp. 101-104 (Department of Psychonomics, Affective Neuroscience Section, Helmholtz Research Institute, Utrecht University, Utrecht, NL).

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Le azioni di sviluppo del potenziale e delle performance

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Le azioni di sviluppo del potenziale umano si dividono in:

  • sviluppo bioenergetico: si prefigge di accrescere le energie del corpo, le forze fisiche, lo stato di salute, forze su cui poggiano tutti gli altri sistemi; vengono individuate sia azioni globali (es.: migliorare lo stato di forma fisico) che azioni localizzate su specifici micro-obiettivi, es.: aumentare la resistenza aerobica, migliorare la postura, rivedere l’alimentazione. Gli interventi si dividono in azioni (1) di riparazione (terapeutiche) o (2) di potenziamento; esse riguardano (a) economie dei distretti locali del corpo e (b) azioni centrate sull’economia corporea complessiva;
  • sviluppo psicoenergetico: crescita delle energie psichiche, motivazione, volontà, spinta interiore ad agire e a progredire; rimozione di blocchi psicologici e stili di pensiero che impediscono di raggiungere il potenziale, individuazione delle auto-limitazioni, irrigidimenti cognitivi, credenze culturali autolimitanti o dannose per sé e per il team; lavoro di consapevolezza dei potenziali, riduzione dello stress negativo, incremento di autostima, lucidità decisionale, chiarezza delle proprie risorse interiori; il lavoro è sia sull’economia cognitiva generale (es.: ridurre l’ansia generalizzata, aumentare l’autoefficacia generale) che su economie di specifiche aree psicologiche in azione, es.: lavorare sull’ansia in un public speaking, o l’ansia pre-gara, o la visualizzazione mentale dell’evento;
  • sviluppo delle micro-competenze: è un lavoro specifico, inteso come innestato all’interno di una matrice di obiettivi legati al ruolo. Richiede di individuare fattori che creano differenza tra un’esecuzione (1) scarsa, (2) normale o media, (3) un’esecuzione di alto livello (il nostro obiettivo finale). Gli esempi possono essere tanti. Es.: localizzare i dettagli che differenziano una vendita da principiante vs. una vendita di alto livello (dove sono esattamente le differenze?); capire le “distintività” (azioni, dettagli, micro-atteggiamenti, micro-comportamenti) che mette in campo un combattente professionista rispetto ad un dilettante, nella preparazione, e durante un incontro. O la differenza che c’è tra un rigore tirato bene e un rigore tirato male, o tra una riformulazione corretta e una sbagliata (per un terapeuta), o per un cuoco, il tempo ottimale di cottura e uno leggermente peggiore. La ricerca di dettagli delle performance può essere applicata in ogni campo. Possiamo localizzare le micro-competenze di un direttore, di un venditore, di un atleta, di un medico, di uno psicologo, di un negoziatore, di un educatore. Il lavoro sulle micro-competenze richiede sia una fase di riconoscimento (detection aumentata, stimolo della capacità di percezione e localizzazione) che una fase di formazione (lavorare sulle variabili prima isolate); produce inoltre un forte incremento della sensibilità ai dettagli, dell’attenzione, della capacità di trovare “cose concrete su cui lavorare”;
Le azioni di sviluppo del potenziale e delle performance
  • sviluppo delle macro-competenze: le macro-competenze sono la connessione tra (1) il repertorio globale di abilità della persona e (2) il ruolo che quella persona vuole ricoprire. Le due sfere possono di fatto collimare perfettamente, o invece essere scollegate o ridotte (il che mette la persona in sicura difficoltà). Possono anche essere sovrabbondanti e anticipatorie dei futuri cambiamenti (creando agio e una condizione di maggiore elasticità e sicurezza). Prevedono l’esame del ruolo, delle aspirazioni, delle traiettorie, la rilevazione di gaps (lacune) e incoerenze professionali, analisi di bisogni di revisione o cambiamento significativo del proprio lavoro o della posizione professionale, dei ruoli giocati in campo; richiede valutazione e anticipazione dei mutamenti organizzativi cui dare risposta; sviluppo di una coerenza tra proprio profilo professionale e propri obiettivi di vita o obiettivi aziendali da raggiungere, tra le proprie aspirazioni e le opzioni reali dell’azienda e del team, ricerca di spazi nuovi di espressione;
  • sviluppo della vision e del piano morale: localizzazione degli ancoraggi morali forti, dare spessore morale e senso alla vita e all’azione, costruzione e revisione di un piano di lungo periodo, costruire una linea di tendenza ideale, sognare e idealizzare una traiettoria di crescita positiva; coltivare saggezza nelle scelte, cercare un ancoraggio a valori guida, revisione della mappa di credenze morali e consolidamento di una filosofia di vita positiva. Comprende la ricerca di nuovi stimoli all’autorealizzazione, connessione a valori umani positivi e forti, senso pieno del fare e dell’esistenza, ricerca di un senso profondo dei progetti, trovare motivi e direzioni per cui vale la pena impegnarsi; e persino nuove aree di obiettivi esistenziali o/o professionali che diano sapore e senso alla vita, idee e pensieri ispirativi sui quali la persona non aveva ancora riflettuto.
  • sviluppo di mete, traguardi, goal e progettualità necessaria: definizione di obiettivi precisi da raggiungere, misurabili, tempificabili; progettualità su risultati concretamente raggiungibili; sviluppo della capacità di gestione di tempi (time management) e progetti (project management), gestione efficace delle proprie risorse, capacità di concretizzazione, di realizzazione, abilità nel calare nella realtà un concetto o un obiettivo, trasformare una visione d’insieme in to-do-list (lista delle cose da fare); capacità di tradurre un ideale o un proprio valore in un piano di azione.

I meccanismi energetici nel modello HPM sono molteplici, ma per ora osserviamo due meccanismi in particolare:

  • le diffusioni energetiche: le immissioni di energia in un’area hanno implicazioni positive (fanno bene) anche alle altre aree;
  • drenaggi energetici: i cali o blocchi di energia in un’area danneggiano anche le altre aree.

Le implicazioni per lo sviluppo personale sono numerose, ma soprattutto:

  • è possibile realizzare una strategia di immissione selettiva di energie in un’area, per poi utilizzarla come perno per lo sviluppo di altre aree. Ad esempio, creare grounding bioenergetico, il che significa lavorare principalmente sulle energie del corpo per poi poter “fare leva” su un corpo energeticamente carico, su un fisico forte, pronto ad assumersi impegni psicologicamente rilevanti, anche gravosi, goal e obiettivi sfidanti;
  • è possibile realizzare una strategia di immissione multipla di energie ricercando una crescita su più livelli e stadi. Ad esempio, lavorare sistematicamente e contemporaneamente su tutte le aree del modello HPM. 

In generale, un lavoro su un’area è possibile solo se i livelli energetici di base dell’area toccata sono a livello sufficiente per supportare carichi superiori. Se non vi sono condizioni minime, occorre trovare strade alternative.

Ad esempio, in campo manageriale è completamente inutile realizzare un intervento dalle grandi ambizioni  (job enrichment, job enlargementrole-modeling, e altri), attaccando lo strato delle macro-competenze, se le micro-competenze di supporto sono insufficienti. Se una persona non sa nemmeno gestire una riunione di un piccolo gruppo di lavoro, inutile passare a temi ancora più complessi che poggiano su competenze che ancora non ci sono.

Altrettanto inutile è riempire di competenze (skills) un manager se mancano le energie motivazionali (volontà) necessarie a mettersi in gioco. 

Inutile studiare nuovi progetti creativi se l’intero team è in stato di demotivazione cronica o affaticamento. Una persona disabilitata nelle energie mentali non va da nessuna parte, non porta avanti nemmeno se stessa, e tantomeno il progetto più ambizioso che qualsiasi mente possa partorire. In generale, in mancanza di energie, il “nuovo” non viene affrontato. Sem­plicemente non ci sono le forze per affrontare il cambiamento

L’area psicoenergetica assieme a quella bioenergetica sono quindi ancoraggi forti di lavoro per un coaching e una formazione seria e analitica.

Saltarli piè pari e passare subito alle competenze applicative è inutile. Così come costruire progetti che richiedono presenza di energie che non ci sono.

Per approfondimenti vedi:

Cristina Turconi
Executive & Business Coach ICF | Formatrice Aziendale | Facilitatrice Lavoro di Gruppo | Master Practitioner in HPM™ Human Potential Modeling | Consulente e Innovation Manager MISE 

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Mettere in moto le energie

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Il bisogno forte verso il quale ci muoviamo è mettere in moto le energie delle persone verso fini importanti. 

Rantolare nel dolore non è bene. Adagiarsi su quanto ricevuto da altri non è bene. Il bene è cercare un progresso, sia esso un progresso interiore (ricerca spirituale) o tecnico (innovazione) o una performance. 

Questo lavoro non tocca solo gli “altri”, ma chiunque, anche noi direttamente. Come sostiene Sant’Agostino, ci stupiamo spesso per i fenomeni naturali e la loro bellezza, viaggiamo per cercarli, ma a volte non consideriamo noi stessi mete degne di altrettanta attenzione ed esplorazione.

Quando una persona si limita a fare su se stessa poco più dell’ordinaria manutenzione, vive senza passioni, con energie ridotte rispetto a ciò che potrebbe essere. Probabilmente in cielo qualcuno soffre per questo. 

Dare fuoco alle passioni è invece importante, credere in una causa, trovarla, volere un progetto, desiderare di dare un contributo, evolvere, progredire, migliorarsi. 

Non è banale pensare che chi agisce per aiutare le persone a produrre risultati e crescere – come un coach, un formatore, un insegnante, un terapeuta, un consulente, un manager, ma anche un padre, una madre, un fratello – sia eroico, sia guerriero di una causa giusta. 

Serve uno sforzo per fare sinergia tra i messaggi ispirativi, evocativi, le esperienze dirette, i dati delle ricerche e quelli che derivano dall’accademia. 

Se siamo sufficientemente aperti, i messaggi portati da persone diverse non faranno paura ma aiuteranno solo a riflettere, sebbene possano provenire da religioni che non ci piacciono, da persone che non apprezziamo, da scuole accademiche o sistemi di pensiero a noi antitetici o lontani. 

Mettere in moto le energie

Impariamo ad osservarli comunque come stimoli su cui riflettere, tracce di pensiero di altre menti con cui abbiamo la fortuna di confrontarci liberamente, mantenendo la nostra autonomia di giudizio. Per questo, quanto più varie sono le fonti, tanto maggiore diventa la possibilità di un confronto ricco e produttivo. 

Proponiamo questo messaggio che deve far riflettere sulla pienezza del potenziale umano e sul vero senso delle performance.

Inno alla vita
di Madre Teresa di Calcutta

Vivi la vita
La vita è un’opportunità, coglila.
La vita è bellezza, ammirala.
La vita è beatitudine, assaporala.
La vita è un sogno, fanne una realtà.
La vita è una sfida, affrontala.
La vita è un dovere, compilo.
La vita è un gioco, giocalo.
La vita è preziosa, abbine cura.
La vita è ricchezza, conservala.
La vita è amore, godine.
La vita è un mistero, scoprilo.
La vita è promessa, adempila.
La vita è tristezza, superala.
La vita è un inno, cantalo.

La vita è una lotta, accettala.
La vita è un’avventura, rischiala.
La vita è felicità, meritala.
La vita è la vita, difendila.

Per approfondimenti vedi:

Cristina Turconi
Executive & Business Coach ICF | Formatrice Aziendale | Facilitatrice Lavoro di Gruppo | Master Practitioner in HPM™ Human Potential Modeling | Consulente e Innovation Manager MISE 

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Andare oltre l’eredità mentale, e amplificare l’espressività

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Esprimersi è importante. In letteratura si distingue un’espressività positiva (generativa di idee e progetti) e un’espressività negativa (poter manifestare stati di disagio, lasciare fuoriuscire le emozioni negative), su cui il patrimonio mentale ricevuto dai genitori ha notevole effetto (Kolak & Volling)[1].

Esiste quindi uno sfondo importante del potenziale personale, il Modeling familiare e sociale: esempi, pensieri,  modelli comportamentali e mentali cui siamo stati esposti ci fanno da sfondo e agiscono spesso a nostra insaputa. Tutti subiamo in qualche misura un imprinting psicologico (modellamento precoce al quale siamo stati esposti nella crescita). In questo substrato si trovano apprendimenti positivi e negativi.

Prendere coscienza di cosa di buono abbiamo assimilato nella nostra crescita (risorse attive), di cosa invece non abbiamo assimilato (risorse assenti), e dei modelli sbagliati appresi, i modelli che ci danneggiano, la spazzatura mentale che ci circola dentro, è un’operazione eccezionale. Se potessimo passare al setaccio ogni nostra debolezza, timore, paura, insuccesso, riusciremmo ad arrivare alla radice delle credenze “tossiche” per il nostro sistema, le idee acquisite che ci appartengono ma ci danneggiano.

Ogni singola credenza dannosa che ci assedia da dentro è come un sasso nel nostro motore. Rompe gli ingranaggi, inceppa, arresta, frena, distrugge. Es: la credenza “devo sempre essere il massimo in ogni campo, sempre” a lungo termine sviluppa ansia, manie, depressione, tensione permanente e corrosiva. La sua impossibilità materiale di concretizzarsi genera frustrazione continua, e non solo stimolo positivo. Se lo portiamo dentro, da dove viene? Quando l’abbiamo imparato? Da chi? 

O ancora: “la fortuna dipende solo dal destino: puoi fare ciò che vuoi, ma tanto tutto è già scritto”, produce disimpegno verso lo studio e l’imprenditorialità, genera lassismo e pressapochismo. Se tutto è già scritto, a cosa serve impegnarsi per qualcosa? Da dove viene questa spazzatura? Quando e da chi è stata appresa?

Coaching

Oppure immaginiamo quanto la credenza “devi farcela da solo, se chiedi sei un debole” possa impedire ad un leader di apprendere a delegare correttamente, o invece produrre un accentratore incapace di gestire davvero un team, o di fidarsi nel assegnare un obiettivo. Un caso ancora: il problema dell’utilizzare larga parte del proprio tempo libero a guardare programmi stupidi in televisione anziché dedicarlo alla propria crescita o a contenuti attivi. Da dove viene? Dove lo abbiamo appreso?

Al Modeling sociale precoce, che non è frutto di una scelta o libero arbitrio, il sistema HPM vuole aggiungere un modeling diverso, frutto di una decisione della persona, un atto di coraggio, un grido di emancipazione. Si tratta di una scelta di come e dove utilizzare il proprio tempo positivamente, di quali credenze liberarsi, di quale “cultura” nutrirsi invece di “digerire” a forza ciò che il sistema culturale dominante a ha sinora passato.

HPM lavora soprattutto come metodo di sviluppo nel quale la persona possa valutare la propria situazione in termini di energie, smontare alcune delle “celle” del proprio sistema, capire come radicarsi, e poi procedere in avanti: essere protagonista del proprio sviluppo. Lavora inoltre come sistema di riferimento per i coach e trainer che vogliono assistere le persone e le imprese in questo viaggio.

Che si usi come sistema di analisi della persona la piramide HPM, o altri sistemi più classici  – come la tassonomia di Bloom centrata sui “saperi”, “saper essere”, e “saper fare”[2] – l’essenziale è localizzare in quale direzione sono possibili avanzamenti, e dove agire. Trovato un buon livello di ancoraggio, o grounding (radicamento), è possibile per ogni persona osare oltre, dare spazio alla propria espressività. È decisamente vero, quindi, che l’espressività è un tratto in parte appreso, e riceviamo in eredità un dono (se presente, forte, ben accessibile) o un handicap sociale (se inibita, castrata, amputata).

In particolare la figura paterna ha un ruolo leggermente prevalente nell’esprimersi in progetti costruttivi (espressività positiva), mentre la figura materna ha un ruolo leggermente prevalente nel fare da contenitore emotivo, insegnando l’espressività negativa, cioè la nostra capacità di liberare le emozioni negative e non trattenerle dentro a macerare[3]

Se il patrimonio genitoriale o culturale non è così fortunato, cosa si dovrebbe fare? Arrendersi? Non è il nostro progetto. E se invece fosse magnificamente fortunato, perché non chiedersi cosa possiamo noi conquistare ancora, al di là di quello che abbiamo ricevuto? E come praticare una self-contribution, o contributo autonomo, invece di adagiarsi su quanto ricevuto da altri? Ciò che si conquista vale sempre più di ciò che si riceve gratis. Riuscire ad esprimersi in progetti, in risultati, nello sport, nel lavoro, nella leadership, o nel comunicare, è qualcosa che si può decidere di apprendere, non è solo questione di genetica o di fortuna. 

Nella nostra visione, dobbiamo concentrarci su quello che possiamo fare, e non solo sui limiti. Esistono sfere della vita che sono in nostro potere, zone di obiettivi su cui si può intervenire. Non farlo è sprecare la vita. Fare focusing (focalizzare e ri-focalizzare), in questo caso, significa prendere coscienza di nuovi traguardi, fare luce su cosa sia vero e falso, esaminare la quantità di bugie e abbagli annidate nelle presunte sfere di impossibilità e possibilità, fare un bilancio, dirigersi verso nuovi orizzonti.


[1] Kolak, Amy M., Volling, Brenda L. (2007), Parental Expressiveness as a Moderator of Coparenting and Marital Relationship Quality, Family Relations, v. 56, n. 5, pp. 467-478, Dec.

[2] Bloom Benjamin, S., Krathwohl, David R. (1956), Taxonomy of Educational Objectives. The Classification of Educational Goals, by a committee of college and university examiners. Handbook I: Cognitive Domain, New York, Longmans, Green.

[3] Wong, Maria S., Diener, Marissa L., Isabella, Russell A. (2008), Parents’ Emotion Related Beliefs and Behaviors and Child Grade: Associations with Children’s Perceptions of Peer Competence, Journal of Applied Developmental Psychology, v. 29, n. 3, pp. 175-186, May-Jun.

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Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?

Progetto a cura di: Cristina Turconi – Executive & Business Coach ICF | Formatrice Aziendale | Facilitatrice Lavoro di Gruppo | Master Practitioner in HPM™ Human Potential Modeling | Consulente e Innovation Manager MISE

È impensabile poter tornare alla vita di prima come se nulla fosse successo.

È infatti sempre più difficile per molti di noi guardare l’altro, soprattutto chi non conosciamo, senza un pensiero che inneschi la paura del contagio. La solitudine e l’isolamento che abbiamo vissuto hanno a messo a nudo da un lato le nostre fragilità, come pure donato un senso nuovo al valore incalcolabile della persona. 

Il primo lockdown è stato vissuto da molti quasi come una fuga dalla realtà, con una attenzione più focalizzata alle piccole cose, con scambi frenetici in rete, videoconferenze continue, impegnati ad adattarci il più velocemente possibile ai nuovi limiti imposti dalla situazione contingente come pure nel tenere a bada le preoccupazioni per una emergenza totalmente sconosciuta. Il secondo periodo di lockdown ha invece fortemente accentuato l’incertezza sul futuro, la perdita di punti di riferimento importanti, l’instabilità politica e la precarietà finanziaria. 

In una situazione come questa è normale che non sia facile per molti di noi vivere quotidianamente il presente e nutrire speranza per il futuro che ci attende. 

Imparare ad alimentare costruttivamente la nostra mente, ad utilizzare al meglio le nostre energie fisiche e psicologiche, a comprendere e armonizzare le emozioni che albergano dentro di noi è un lavoro che richiede una forte capacità di introspezione e una buona dose di consapevolezza di come “funzioniamo” e interagiamo con noi stessi, con gli altri e con il contesto.

Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?
Metodo Comunicativo Comportamentale 4Colors®

Navigare nei diversi poli della bussola dei 4Colori può aiutarci a ritrovare quell’equilibrio necessario per gestire al meglio questo momento.

nord della bussola dei colori, la percezione ostile del mondo, ci invita a seguire scrupolosamente le istruzioni di contenimento ma allo stesso tempo a ricercare continuamente dati, notizie dell’ultima ora, fonti sicure che possano permetterci di avere un quadro più chiaro e preciso della situazione e dei possibili sviluppi e scenari futuri. Questa energia blu, che preferisce i fatti alle emozioni, ci fa correre il rischio di rimanere bloccati a ricercare per ore e ore, esponendoci eccessivamente alle prevedibili cattive notizie quotidiane. Il consiglio qui è quello di monitorare il tempo dedicato alla ricerca, dando la preferenza alla stampa settimanale con i suoi articoli di approfondimento, in modo da poter fare un passo indietro e capire meglio tendenze e segnali deboli.

Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?

Sempre a nord, c’è l’osservazione di un altro mondo in pericolo. Quello dell’economia, della recessione globale, dei licenziamenti annunciati, del dramma per quei settori fortemente colpiti e per tutte quelle aziende che purtroppo non riapriranno. Qui, nel mondo dell’energia rossa, è facile percepire la situazione come uno “scendere in campo in assetto da guerra” per difendere la nostra sopravvivenza, con il rischio di attivare risposte guidate dalla paura, dalla necessità di difendersi, o dalla necessità di dominio. La paura, lo stress e il panico sono trasmissibili da un essere umano all’altro ancora più di un virus. Di solito, la paura è lì per proteggerci, ma quando il nostro cervello è esposto troppo a lungo a questa emozione, il cortisolo spinge a mettere in campo comportamenti individualistici e violenti, acuendo il panico e la competizione tra gli individui al loro interno. Navigare a nord della bussola, non dovrebbe mobilitarci con le armi ma al contrario con l’intelligenza dei vivi che ci costringe a fermarci per ponderare quali siano le migliori azioni da portare in cammino.

Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?

Verso Ovest, ci muoviamo nel mondo del pensiero. Se ci fermiamo a riflettere, possiamo constatare che questa situazione così particolare ci ha offerto un momento di “pausa” senza precedenti, uno “spazio di respiro” in un mondo che è impazzito. 

Le immagini della NASA ci hanno fatto capire quanto questo improvviso cambiamento nelle nostre attività in realtà sia stato benefico per il nostro piccolo pianeta. E se questa pandemia ci offrisse l’opportunità di una ricerca di un significato più profondo? La medicina ci dona a volte l’illusione dell’immortalità, dell’onnipotenza, al punto tale da dimenticare che ciò che inizia, un giorno finisce. Imparare ad integrare vita e morte nel ciclo della natura, può aiutarci a sviluppare più saggezza e meno paura. Questo è un tempo prezioso per prendere coscienza che siamo la specie più intelligente che sta distruggendo il suo stesso ecosistema. Un tempo prezioso per mettere in atto nuovi atteggiamenti basati sulla interrelazione, sulla solidarietà, sull’impegno di ognuno di noi a cooperare, collaborare e contribuire.

Navigare questa parte della bussola, con la sua energia verde, può a volte provocare un grande sensazione di vuoto, di mancanza di significato, di frustrazione e di impossibilità ad invertire la rotta.

Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?

E’ possibile allora spostarsi a sud-est della nostra bussola, per sperimentare un po’ di umorismo e di autoironia. Percezioni più ottimiste, un’energia gialla gioiosa come i raggi del sole, potrebbe agire come un vero e proprio antidoto a questa “epidemia della paura”. L’iperattività degli estroversi, le centinaia di video umoristici e il numero di messaggi ricevuti e inviati ai nostri amici digitali non devono però distrarci dall’essenziale: vivere il momento e godere di ciò che ci offre, riscoprire i momenti di condivisione familiare, dare ancora più importanza agli sguardi dei pochi umani che incontriamo nel nostro muoverci quotidiano: così bisognosi di contatto ravvicinato, privati degli abbracci, delle strette di mano, con la necessità di inventare nuovi riti e nuove complicità.

Come far sì che la nostra fragilità non si trasformi in vulnerabilità?

Includere ogni energia colore nelle nostre interazioni ci aiuta a preservare la nostra fragilità e allo stesso tempo ad affrontare al meglio il momento presente riconnettendoci con chi ci circonda. È tempo di amare meglio e di dire a chi ci circonda quanto lo amiamo.

Bibliografia:
– Nos styles de personnalités à l’épreuve du confinement – Vianney Boussuat
– Manager avec les couleurs: Pour un management humain, agile et durable – Brigitte Boussuat

Photo Credit: 
– Matthew Fournier – Unsplash

Progetto a cura di:

Cristina Turconi
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Qual è il colore dello stress dei tuoi collaboratori?

Progetto a cura di: Cristina Turconi – Executive & Business Coach ICF | Formatrice Aziendale | Facilitatrice Lavoro di Gruppo | Master Practitioner in HPM™ Human Potential Modeling | Consulente e Innovation Manager MISE 

I disturbi da stress post traumatico sono una delle conseguenze di questo periodo sfidante che hanno impattato e potrebbero impattare su molti di noi, come pure il disagio legato all’isolamento sociale prolungato. In ambito lavorativo diverse persone si trovano faticosamente a gestire le proprie energie quotidiane ma soprattutto a dare forma a nuove idee, nuovi progetti, visioni future che abbiano un significato e una valenza positiva, come pure ad impegnarsi in una progettualità a lungo termine.

Molti si sentono “incastrati” in questa situazione con l’aggravante di non riuscire propriamente a elaborare emozioni come la rabbia, la furia, la collera, e tutti quegli stati d’animo collegati al lutto e al senso di impotenza. La situazione di incertezza che regna intorno a noi, ci tiene inoltre in uno stato di allerta e di attivazione continua, senza lasciarci tregua, alimentando oltretutto quello stato di disillusione che tende a cronicizzarsi nel profondo del nostro essere. 

C’è inoltre la fatica di portare avanti il lavoro quotidiano e di garantire le performance operando per lo più in remoto, spesso in spazi ristretti e inadatti allo scopo, dove le relazioni personali possono venirne conseguentemente compromesse. Questo stress prolungato provoca conflitti emotivi e ansie attivando una reazione di lotta/fuga che a lungo andare può causare danni nelle relazioni personali e all’interno dei gruppi di lavoro, ma anche danni alla nostra salute psichica.

Il Metodo 4Colors, fornisce una chiave di lettura interessante
di come le persone reagiscono in maniera diversa, a seconda di alcune caratteristiche intrinseche e peculiari della propria personalità

allo stress di livello moderato e forte.

Questo metodo attinge le sue fonti da solide basi, integrando connessioni multiple.
Da tempo immemorabile, l’uomo ha cercato di approfondire la conoscenza del comportamento umano seguendo il sentiero di Socrate: “Conosci te stesso”. Questa comprensione dei nostri meccanismi interni è la chiave del nostro successo personale, sociale e professionale; è una lunga storia che vanta diversi illustri collaboratori: 

  • Ippocrate(4) aveva a suo tempo definito quattro tipologie di comportamento: umorale, flemmatico, malinconico e sanguigno. 
  • Poco dopo, Carl Gustav Jung(1) ha descritto quattro funzioni: sensazione, intuizione, pensiero, sentimento combinati con due atteggiamenti: l’introversione e l’estroversione.
  • William Moulton Marston(2), padre del poligrafo (“macchina della verità”) ha determinato quattro stili: dominanza, influenza, stabilité́ e conformité; a cui è molto facile associare intuitivamente i colori.
  • Come il modello MBTI sviluppato da Isabelle e Katherine Myers Briggs(3), la profilazione 4Colors qualifica le preferenze secondo la seguente struttura:

    – Orientamento:
    Introversione/Estroversione, Riflessione/Azione,

    – Modalità di raccolta delle informazioni:
    Sensazione/Intuizione, Pensiero/Sentimento e Giudizio/Percezione.

Il Modello DISC o il Modello 4Colors:

Il DISC individua 4 principali tendenze comportamentali in un individuo, con l’idea di schematizzare il modo in cui una persona si rapporta e si comporta nei confronti del mondo e della vita in generale. Ovviamente il metodo offre una chiave di lettura interessante dell’individuo che risulta essere sempre un insieme unico di queste tendenze:

  • Dominanza – Colore Rosso:
    Questo colore descrive il modo in cui si risolvono i problemi e si affrontano le sfide.
  • Influenza – Colore Giallo:
    Questo colore descrive il modo in cui si interagisce con gli altri.
  • Stabilità – Colore Verde:
    Questo colore descrive il modo in cui si definisce il proprio ritmo lavorativo e delle modalità di  reagire ai cambiamenti.
  • Conformità – Colore Blu:
    Questo colore descrive il modo in cui ci si conforma e si rispettano le regole e le procedure.

Stile Naturale e Stile Adattato:

Lo Stile Naturale rappresenta il proprio stile, quello che si sviluppa quando non serve fare sforzi per adattarsi o quando sotto l’influenza dello stress o delle emozioni si ritorna al proprio stato naturale. Questo stile è il proprio ancoraggio comportamentale, la base stabile che potrà evolversi naturalmente, ma passo dopo passo.

Lo Stile Adattato descrive lo stile che si produce per fare uno sforzo sociale. È lo stile che si vuole che gli altri “leggano” da noi. È quello lo stile che si pensa essere il più efficace per soddisfare le proprie esigenze e allo stesso tempo soddisfare le aspettative che pensiamo gli altri abbiano di noi. 

La Bussola 4Colors:

A Nord, l’ambiente è percepito come ostile: la vita è dura, difficile o complessa ed è quindi fondamentale dare importanza ai fatti, combattere o produrre lavoro di alta qualità. 

Si è più formali e ci si tende a fidare delle persone solo dopo averle valutate con attenzione.

Si da maggiore importanza agli obiettivi e ai processi.

A Sud, invece, l’ambiente è percepito come favorevole: in questo caso, si da grande importanza ai sentimenti e al rapporto con gli altri. L’approccio è più amichevole e aperto e si tende a mettere le relazioni e le persone davanti a tutto. 

A Est, si sviluppa il mondo dell’azione: si amano le attività e ci si annoia velocemente. In generale si pensa che sia meglio agire che non fare nulla, anche correndo il rischio di poter sbagliare e dover rifare tutto daccapo. In generale qui vige il movimento.

A Ovest, si sviluppa il mondo della riflessione: qui si cambiamo le cose solo se strettamente necessario e comunque dopo averci pensato a lungo e si agisce solo se si è costretti a farlo. In generale si preferisce pensare che fare. Si ama la calma, il silenzio e la solitudine.

Come reagiscono le 4 tipologie di Colore allo stress?

Colore Rosso:
In una situazione di stress moderato la prima reazione è quella della collera, dell’impazienza, può diventare aggressivo e pressante per ottenere ciò che vuole. Tenderà a sentirsi offeso e incompreso. 

In una situazione di stress elevato, tenderà ad attivare il suo colore opposto sulla bussola: il verde passando dall’estroversione all’introversione ritirando completamente le sue energie.

Colore Giallo:
In una situazione di stress moderato amplificherà la sua energia diventando più frenetico, eccitato, tenderà a muoversi in maniera scomposta mettendo in atto inutili drammatizzazioni.

In una situazione di stress elevato, tenderà ad attivare il suo colore opposto sulla bussola: il blu, per cui ritirerà le sue energie passando dall’estroversione all’introversione finendo per opporsi diventando ipercritico e lanciandosi in complesse discussioni senza fine.

Colore Verde:

In una situazione di stress moderato la prima reazione sarà quella di dissimulare le emozioni che prova finendo con il sottomettersi alla situazione. Tenderà però a rinchiudersi in sé diventando permaloso e incline al sentirsi vittima degli altri e del mondo.

In una situazione di stress elevato, tenderà ad attivare il suo colore opposto sulla bussola: il rosso, passando dall’introversione all’estroversione e riversando così la sua energia sugli altri, diventando critico e con esplosioni aggressive per poi scusarsi mortificato del suo comportamento.

Colore Blu:

In una situazione di stress moderato reagirà amplificando tutte le sue paure, prendendo le distanze dagli altri, sia fisicamente che emozionalmente. Ogni azione sarà calcolata, freddezza e insensibilità saranno gli stati d’animo prevalenti in cui si troverà ad operare.

In una situazione di stress elevato, tenderà ad attivare il suo colore opposto sulla bussola: il giallo, cominciando ad agire in maniera scomposta, disorganizzata, frenetica e caotica. Tenderà a diventare ipersensibile nelle relazioni e a perdere facilmente il controllo.

Il Metodo 4Colors può rivelarsi uno strumento incredibilmente utile in questo momento così carico di “attivazione” e stress prolungato per riconoscere in maniera semplice e immediata da quale livello di stress stiamo operando e da quale livello stanno operando i nostri collaboratori.

Questo permette di mettere in campo da subito la comunicazione più adatta per gestire la situazione critica, dove il messaggio, eventuali richieste ma soprattutto l’intenzione che le guida arriverà in maniera efficace all’interlocutore e permetterà di concordare insieme le azioni più opportune per attraversare questo momento. 

Saper abbracciare tutte le sfumature delle emozioni umane diventa una competenza fondamentale che non può mancare nella “cassettina degli attrezzi” di ciascuno di noi per poter fare la differenza nel nostro ambiente lavorativo e nei nostri gruppi di lavoro.

  • Jung, Carl Gustav, Psychological Types, in Collected Works of C.G. Jung, Volume 6, Princeton University Press, 1º agosto 1971.
  • Emotions of Normal People – William Moulton Martson.
  • Isabel Briggs Myers, Mary H. McCaulley, Manual: A Guide to the Development and Use of the Myers-Briggs Type Indicator, 2nd, Palo Alto, CA, Consulting Psychologists Press, 1985.
  • La natura dell’uomo, in Opere di Ippocrate, a cura di M. Vegetti, pag. 439, Torino, Utet, 1976.

Progetto a cura di:

Cristina Turconi
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Radicamento solido (grounding) e ali per volare

Articolo estratto dal testo “Il potenziale umano – Metodi e tecniche di coaching e training per lo sviluppo delle performance” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Le persone hanno bisogno di tante cose: cibo, acqua, amore, denaro oggetti, ma, ancora di più, hanno bisogno di radici su cui poggiare (grounding) e ali per volare, strumenti per raggiungere i propri scopi, sogni, aspirazioni, e non spegnersi.

Lavorare su entrambi i piani è il nostro credo fondamentale. È un lavoro diretto ad un potenziamento generale della persona, ad un suo radicamento solido, un ancoraggio su piattaforme salde, per poi poter guardare in alto. È un rafforzamento indispensabile, necessità sulla quale non è bene chiudere gli occhi.

Questo bisogno è mosso da due grandi classi di motivi: (1) potenziarsi per il desiderio di raggiungere obiettivi che solo con energie elevate possiamo toccare, (2) sviluppare la resistenza esistenziale, saper incassare, farsi forti e assorbire i colpi che arrivano con forza, quanto più la vita si fa complessa e competitiva, e centrano l’individuo da ogni lato (fisico, psicologico, economico, esistenziale). Colpi a volte durissimi e imprevisti.

Gli unici a non subirli sono coloro i quali hanno abbandonato, sono protetti, o possono permettersi di non avere obiettivi. Anche per loro tuttavia, quando la situazione cambia, farsi trovare forti e preparati piuttosto che deboli e impreparati farà la differenza. 

Per tutti gli altri, la giostra è aperta qui ed ora, non è possibile scendere, ma solo imparare a potenziarsi, capire cosa succede, prendere coscienza, smontare i meccanismi del gioco, prendere in mano qualche leva di comando, e governare il timone dell’imbarcazione che ci conduce. 

Prepararsi e potenziarsi ha senso non solo peri l’oggi ma anche per un domani in cui vogliamo farci trovar pronti rispetto alle sfide che ancora non possiamo prevedere, l’imprevisto. E, come evidenzia l’umanista e scrittore francese Rabelais, verso il futuro è meglio essere preparati. 

Bevo per la sete che è da venire.

François Rabelais (1494-1553)

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Cristina Turconi, Executive & Business Coach ICF, Formatrice e Facilitatrice Aziendale, Master Practitioner Certificata Metodo HPM Human Potential

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