Comunicazione e ascolto come incontro tra mondi

Comunicazione e ascolto come incontro tra mondi

Articolo estratto dal testo “Ascolto attivo ed empatia – I segreti di una comunicazione efficace” Copyright FrancoAngeli e dott. Daniele Trevisani.

Il mondo di chi ascolta e il mondo di chi parla sono due mondi diversi. Sono due storie diverse, hanno passati diversi, amici, parenti, vissuti diversi, corpi diversi, sensibilità diverse. L’ascolto attivo ed empatico può compiere il miracolo di creare un ponte tra questi due mondi.

Ognuno di noi possiede immagini mentali diverse per ogni parola esistente, persino per la parola “albero”, se potessimo crearne un disegno, emergerebbero 10 alberi diversi su 10 persone diverse, andremmo dalle palme ai pini, con una grande varietà. Figuriamoci quando parliamo di concetti come “amore” o “amicizia”.

Due persone dicono reciprocamente “ti amo”,
o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa,
una vita diversa, perfino forse un colore diverso
o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni
che costituisce l’attività dell’anima.

fernando pessoa

Immaginiamo la differenza esistente tra un coach senior di basket e un giocatore di basket appena ventenne. Esistono enormi differenze, di età, di altezza, di prestanza fisica, o di vedute sulla vita. 

Ma se il giocatore non impara ad ascoltare, non potrà mai trarre niente, nessun succo, nessun insegnamento, e rimarrà al suo livello o forse persino peggiorerà o non parteciperà al gioco della squadra.

Vi è qualcosa di fondamentale nell’ascolto, voler entrare nel mondo dell’altro, fosse solo per proprio interesse.

E per l’allenatore non è da meno. Ascoltare una lamentela o un suggerimento su una diversa posizione in campo da assumere, e capire, può fare la differenza tra un giocatore che si trova bene in campo, e un giocatore che abbandona lo sport perché costretto ad un ruolo non suo, che per tanto tempo ha cercato di far capire all’allenatore.

L’ascolto, ancora una volta, è alla radice di intere catene di eventi.

“Odio marcare a uomo, io sono una persona creativa, mi piace creare gioco, non sono un burattino che deve incollarsi ad un tizio e seguirlo anche se va in bagno. Se continua così, se l’allenatore non la smette di mettermi a marcare a uomo, mollo il calcio. Gliel’ho detto 50 volte, non ascolta, non capisce, non ha capito che alla prossima partita io non ci sono. Anzi, da adesso, io non ci sto a fare il manichino.” (testimonianza reale di un giocatore di calcio giovanile)

L’ascolto di se stessi. Esercizio in 3 fasi. Localizzare 1) aspetti che ci caratterizzano, 2) i nostri “tag”, 3) i nostri “target”

Se ascoltare bene gli altri è difficile, ancora di più lo è ascoltare se stessi. Possiamo avvicinarci all’ascolto di noi stessi in tanti modi. Il primo è un modo meditativo, stendersi e da sdraiati ascoltare le voci o meglio il dialogo intrapsichico, quello che “ronza” nella nostra testa, soprattutto quando ci poniamo la domanda “chi sono io”. Sono tecniche molto valide ma vanno guidate da un Maestro, coach o Counselor.

Un’alternativa possibile è un lavoro più “attivo”. In questo ci poniamo domande su:

  • la mia identità personale, il “chi sono io”
  • “Tag” descrittivi della mia identità, le parole o aggettivi o frasi che caratterizzano la mia identità,
  • gli “altri significativi” o ” significant others”, le persone che contano per me e alle quali voglio comunicare la mia identità.

Esempio:

  1. Chi sono io?
  2. Quali keywords mi caratterizzano, connesse all’identità? Che keyword metterei per descrivere me stesso?
  3. Gli altri significativi percepiscono questi tag o stati della mia identità o no?
  4. Quale è il mio Target Audience? Singolo o multiplo? Verso chi voglio comunicare? Verso chi voglio produrre degli effetti comunicativi, effetti derivanti dal mio mix di comunicazione olistica, di messaggi che emano?
  5. Riusciamo a creare percezione di verità, e quindi affidabilità?

Esaminiamo la questione dei “tag” o etichette. Cosa vede di noi un robot? Questo è un esempio dei tag rilevati da un motore di ricerca rispetto a tutti i miei video del mio canale YouTube principale.

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E’ una visione – parziale, riduttiva, sintetica – nella quale io tuttavia mi ritrovo. Parla di me. Questa mappa di significati raccoglie elementi persino dell’ultimo video appena caricato, nel quale compare persino il tag “significato dei tatuaggi”, e che mi piaccia o meno, così mi vede il software, così mi caratterizza, e molto probabilmente, queste sono le “cose” che pensano di me le persone che non mi conoscono soprattutto tramite YouTube. A distanza di 3 settimane, ripeto l’analisi e trovo questi tag, in parte coincidenti, in parti no.

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Anche questa versione parla di me, ma è più aggiornata, riflette maggiormente i temi che ho trattato nelle ultime settimane, compare ad esempio la parola “empatia”, e “ascolto attivo”.

La domanda ora diventa difficile: riesco io con il mio ascolto a cogliere il variare di me stesso? 

Se ci guardiamo allo specchio ogni singolo giorno, probabilmente non ci vedremo cambiare. Ma se prendiamo una foto di 20 anni fà, ci vedremo cambiati eccome.

Ecco, l’ascolto di sè vuole potenziare la nostra facoltà nel leggere noi stessi e le nostre variazioni.

Rispetto al mondo esterno, il fattore che vogliamo chiederci è invece quanto l’ascolto di noi stessi trovi riscontro all’esterno. 

Siamo per gli altri la stessa persona che vediamo in noi stessi? 

Curiosamente, e molto probabilmente, no, o almeno ci saranno 20 immagini diverse di noi in una stanza con 20 altre persone che ci osservano o ascoltano.

Dobbiamo quindi concentrarci, e farlo sulla nostra “credibilità percepita”.Che io sia percepito come una fonte autorevole (alta source credibility) o scarsamente autorevole (bassa source credibility) influenza in modo determinante il “processing” del messaggio, la sua elaborazione, la sua ricezione, e l’effetto di persuasione alto o invece basso o nullo. L’elaborazione del messaggio avviene non tanto in base al messaggio che io “penso” di avere dato ma in base alla ricezione olistica di tutti i messaggi che trasudano da me, dal mio essere, dalla mia identità, dai miei “segni distintivi”.

La “percezione di verità” è uno degli effetti che i comunicatori cercano, al di la del messaggio, il fatto di essere percepiti come persone che comunicano in modo “vero”. Queste percezioni caratterizzano il mio modo di comunicare e lo alterano

Non potendo avere una macchina del tempo per sapere chi ero veramente prima e la mia storia vera, i riceventi del messaggio vanno avidamente a caccia di dissonanze comunicative, incongruenze, segnali di stress vocale, di imbarazzo, di segni e simboli concordanti o discordanti che io come comunicatore “emano”, persino della mia macchina o del mio PC o del mio telefono. 

Per approfondimenti vedi:

Cristina Turconi
Executive & Business Coach ICF | Formatrice Aziendale | Facilitatrice Lavoro di Gruppo | Master Practitioner in HPM™ Human Potential Modeling | Consulente e Innovation Manager MISE 

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